Uno vale 2 milioni: La farsa del nuovo Regolamento 5 Stelle.

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Con un breve annuncio sul blog delle stelle, il “nuovo” capo politico del M5S Beppe Grillo ha finalmente lanciato la “Votazione su Regolamento e Non Statuto“. Preannunciata a luglio, dopo che i tribunali di Napoli e Roma avevano sancito l’inadeguatezza dell’attuale regolamento, la votazione si preannuncia essere l’ennesima farsa con l’unico obiettivo di mettere un cappello democratico ad un regolamento che di democratico non ha nulla.

Anche se sul post di presentazione viene trionfalmente annunciato che la modifica “Consentirá a tutti gli iscritti del MoVimento 5 Stelle di proporre in futuro modifiche al testo del Regolamento“, in realtá il suo tema centrale é la regolamentazione di sanzioni ed espulsioni, a cui sono dedicate quasi tre delle cinque pagine del nuovo regolamento.

Un nuovo regolamento che non é stato condiviso in nessun modo durante la fase di stesura, ma viene presentato giá completo e pronto all’uso: il Popolo 5 stelle puó solo decidere se approvarlo (nelle due versioni con espulsioni o senza) o rifiutarlo. E basta leggere la versione del regolamento senza espulsioni per capire che nella pratica le due opzioni sono equivalenti: l’espulsione viene semplicemente rinominata “Sospensione a tempo indeterminato” ma la sostanza non cambia.

Le novitá sostanziali sono poche, e il processo delle espulsioni rimane grossomodo quello kafkiano giá collaudato in questi anni. Il misterioso “Staff di Beppe Grillo”  viene sostituito da un collegio di tre probiviri, scelti fra i parlamentari del M5S, e votati in rete dall’assemblea degli iscritti. Sará loro compito mandare le famose mail di sospensione a chi non rispetta le nuove regole del movimento, fra cui la norma ad-Pizzarottim che prevede sanzioni “per mancanze che abbiano provocato o rischiato di provocare una lesione all’immagine od una perdita di consensi per il MoVimento 5 Stelle, od ostacolato la sua azione politica“.

E stavolta i panni sporchi vanno lavati in famiglia, perché non é piú consentito “se sottoposti a procedimento disciplinare, il rilascio di dichiarazioni pubbliche relative al procedimento medesimo“, pena l’inasprimento delle sanzioni. In pratica, in caso di provvedimento disciplinare si hanno 10 giorni di tempo per presentare la propria difesa, e poi occorre attendere pazientemente in silenzio la decisione dei tre probiviri. Chi osa parlare ai giornalisti (anziché prenderli a schiaffi) pagherá con l’espulsione.

Se il giudizio dei Probiviri non é soddisfacente, la decisione passa nelle mani del Comitato d’appello, composto da tre membri, due nominati dall’assemblea mediante votazione in rete tra una rosa di cinque nominativi proposti dal consiglio direttivo dell’associazione MoVimento 5 Stelle ed uno dal consiglio direttivo dell’associazione medesima. Si puó notare come al crescere del grado di giudizio cresce il controllo diretto del “consiglio direttivo” che ha in pratica il controllo diretto sulle nomine.

Vi starete chiedendo che fine ha fatto il giudizio della rete. Tranquilli c’é ancora, e  come da tradizione la sua decisione “è definitiva ed inappellabile”, ma la votazione puó essere attivata solo su iniziativa del  capo politico del MoVimento 5 Stelle. In pratica sulle espulsioni si vota solo se e quando lo decide Grillo, che fra le altre cose ha anche il potere di ridurre o annullare le sanzioni a suo piacimento.

Qualche inguaribile ottimista potrebbe obiettare che, anche se imperfetto, adesso il Regolamento puó essere liberamente modificato su proposta degli iscritti: bastano 3000 firme autenticate  per avanzare la propria proposta. Il problema é che per essere ammessa a votazione online, la proposta dovrá ottenere in una settimana (votando solo dalle 10:00 alle 18:00, quindi in pieno orario lavorativo) il sostegno di almeno 1/5 dei circa 130.000 attivisti (stime 2015) che hanno diritto di voto. Una soglia di sbarramento al 20% che fa impallidire l’Italicum di Renzie; basti pensare che l’affluenza media, anche per le votazioni online piú importanti, supera raramente il 40%. Un consenso difficilissimo da raggiungere in un Movimento frammentato e privo di strutture intermedie, in cui l’unica piattaforma di discussione é il blog del padrone.

Alla fine la sostanza del regolamento é tutta qui: decide il “Capo politico del movimento” non eletto da nessuno (no, non stiamo parlando di Renzie) e chi dissente viene giudicato e sanzionato dagli “uomini di fiducia del capo”. E per assurdo piú persone partecipano a questa farsa piú il capo si rafforza. Se come nel sogno utopico di Casaleggio Senior tutti i 9 milioni di elettori che hanno votato M5S alle elezioni politiche 2013 si registrassero al sito  per votare, il 20% necessario per proporre qualche cambiamento alle decisioni del capo diventerebbe una soglia impossibile da raggiungere. Uno vale (circa) due milioni. Alla faccia della democrazia diretta.

Scacco al Re. La rivincita di Capitan Pizza.

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La partita a scacchi fra Grillo e Pizzarotti dura ormai da più di tre anni, da quando l’accensione dell’inceneritore di Parma ha certificato la fine di un amore mai nato. I giocatori si sono inizialmente studiati, con scaramucce su Facebook e sul blog: Grillo che rinfacciava a “Capitan Pizza” le promesse elettorali non mantenute, il sindaco che rispondeva rivendicando autonomia decisionale e contestando la linea Casaleggio-Grillo sulle espulsioni dei parlamentari. Una guerra fredda in cui nessuno aveva il coraggio di sferrare l’attacco decisivo.

Questo equilibrio precario ha retto sino a maggio di quest’anno, quando Grillo, approfittando della vicenda dell’avviso di garanzia tenuto segreto, ha  deciso di passare all’azione e sospendere Pizzarotti e l’intero consiglio comunale.

Quella di Grillo è stata però una mossa avventata. Sia nei tempi, a pochi giorni dall’avviso di garanzia ricevuto da Nogarin, sia nei modi, con la solita mail del misterioso Staff di Beppe Grillo. Di solito in questi casi, alla sospensione del capo viene apposto il sigillo democratico con una votazione in rete, ma stavolta ad essere colpito non era un anonimo deputato di cui potersi liberare facilmente, stavolta sotto processo era finito il “conquistatore di Stalingrado“, il primo Sindaco Pentastellato di un capoluogo. Il protagonista della vittoria che ha lanciato l’incredibile volata delle elezioni del 2013.

Grillo decide allora di temporeggiare, lasciando Pizzarotti nel limbo della sospensione, sperando che fosse lui ad abbandonare il Movimento per fondare un nuovo partito composto da espulsi e dissidenti M5S. Ma Pizzarotti ha piani diversi. Pazientemente si siede sulla riva del fiume ad aspettare, e comincia una guerra di logoramento sui social network, stando sempre attento a non superare il limite per non perdere completamente il favore degli attivisti. Perché nonostante tutto Capitan Pizza gode ancora di un buon seguito fra gli attivisti della prima ora, che sono la maggioranza degli utenti registrati a votare sul Blog e su Rousseau, e lo gode perché in fondo è lui ad incarnare al meglio i valori originari del Movimento. Quello delle Liste civiche 5 stelle, un Movimento costruito dal basso e non con decisioni calate dall’alto di un direttorio nominato dal capo.

E ora, con l’archiviazione dell’inchiesta a suo carico, avvenuta proprio nel mezzo della tempesta che ha travolto la Raggi a Roma, Pizzarotti ha piazzato il suo personale Scacco al Re. Grillo non può più temporeggiare, ora tocca a lui decidere che mossa fare. Anche se nessuna delle alternative sembra essere priva di controindicazioni.

Riammettere il figliol prodigo, dopo gli attacchi di questi mesi, significherebbe delegittimare il direttorio (soprattutto Di Maio), e aprire le porte alla nascita di un’opposizione interna che il Movimento non sembra in grado di poter gestire. Un’espulsione, anche se dovesse passare da un voto in rete, rischia invece di danneggiare ulteriormente l’immagine di un Movimento già in crisi dopo le note vicende romane. Il tempo per decidere, con il Referendum costituzionale alle porte e le elezioni amministrative a Parma fra meno di otto mesi, è sempre di meno.

Capitan Pizza intanto, siede sulla riva del fiume e aspetta. Lui ha già vinto la sua battaglia, ha dimostrato che con un po’ di sano pragmatismo, uscendo dalle fantasie del blog e rimboccandosi le maniche, si può governare una città e risanare il bilancio di un capoluogo di 200.000 abitanti. Qualcun altro a Roma sta ancora chiedendosi come fare una giunta.

 EDIT del 28/09/2016

Occorre ammettere che c’era anche una terza opzione che non avevo considerato: cambiare le regole e mettere in votazione un nuovo regolamento con valore retroattivo, con regole ad-personam contro Pizzarotti. Non si finisce mai di imparare come funziona davvero la democrazia 2.0.

EDIT del 03/10/2016

Alla fine Pizzarotti se n’é andato da solo, senza aspettare l’inevitabile espulsione, fra le urla festanti degli attivisti che lo accusano di essere un traditore. D’altronde cercare di discutere con Grillo e i vertici del M5S è come giocare a scacchi con un piccione. Puoi essere anche il campione del mondo ma il piccione farà cadere tutti i pezzi, cagherà sulla scacchiera e poi se ne andrà camminando impettito come se avesse vinto lui.

Se questo é un (futuro) presidente del consiglio.

L’ascesa di Luigi Di Maio é stata sorprendente anche per i ritmi forsennati della politica 2.0. Persino Renzi, l’altro enfant prodige della politica italiana, ha dovuto fare un periodo di apprendistato di oltre 10 anni fra comune e provincia di Firenze prima del doppio salto carpiato che l’ha portato a Palazzo Chigi.

Di Maio no. Di Maio é diventato il piú giovane vicepresidente della Camera di sempre a soli 26 anni, grazie una carriera politica che si puó riassumere in “ex-rappresentante studentesco (fuoricorso), dopo una fallimentare candidatura a Sindaco di Pomigliano, diventa deputato grazie a 186 voti nelle parlamentarie”. Visto il suo Curriculum (anche lavorativo) al momento dell’elezione, risulta difficile comprendere le ragioni di tanta fiducia nel ragazzo, specie da parte di un partito che in campagna elettorale ha fatto di meritocrazia e trasparenza le sue bandiere.

Ma la Casaleggio Associati aveva per lui piani ben piú ambiziosi: con quel viso pulito e i suoi modi pacati Di Maio era il candidato perfetto per incarnare l’anima istituzionale del movimento. A lui il compito di conquistare la fiducia di quell’elettorato di centro-destra rimasto orfano di Berlusconi, e che non si riconosce nella politica urlata di Salvini, Brunetta e della Meloni. A lui il compito di diventare il futuro candidato Premier.

E cosí Di Maio inizia a farsi conoscere al grande pubblico televisivo, saltando di talk show in talk show per spiegare con tono calmo ma deciso le proposte politiche del Movimento. Dopo le prime rovinose esperienze dei pentastellati sul piccolo schermo, l’apparente professionalitá di Di Maio é una boccata di ossigeno per le speranze degli attivisti. Lui recita diligentemente la sua parte, senza sbilanciarsi mai troppo per non scontentare nessuna delle anime del movimento, e stando sempre attento a sfuggire alle domande scomode con acrobazie dialettiche da politico navigato. Eccone un perfetto esempio tratto da un suo intervento a Di Martedí:

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La maschera di grande statista regge, anche perché nessun giornalista ha il coraggio di metterlo troppo in difficoltá per paura di perdere le ospitate “porta audience” dei grillini. E Di Maio ingrana la quarta: a febbraio 2014 é al fianco di Grillo nell’incontro con il neo-premier Matteo Renzi, a novembre 2014 entra a far parte del neonato “Direttorio 5 Stelle” assumendo il delicato incarico di referente nazionale degli enti locali.  A settembre 2015 arriva la benedizione di Beppe Grillo che scherzando (ma non troppo) lo  incorona futuro premier scatenando i malumori degli altri “pezzi grossi” del Movimento.

Il 12 aprile 2016 Casaleggio muore, ma Di Maio non si fa trovare impreparato: é l’unico del direttorio a incontrare in privato il figlio Davide, per discutere le future strategie del Movimento. E’ convinto ormai di essere diventato un politico di caratura internazionale, e inizia i suoi tour da premier in pectore: prima un viaggio a Londra in cui incontra Cameron, e si riscopre europeista, poi a luglio vola in Israele dove annuncia che il suo futuro governo riconoscerá la Palestina.

In realtá avrebbe diverse questioni interne da risolvere in qualitá di responsabile enti locali. Pizzarotti che inutilmente gli chiede un incontro per chiarire la sua posizione, o il caso Quarto con la Sindaca indagata per infiltrazioni camorristiche. Ma Di Maio non vuole problemi, e pilatescamente se ne lava le mani lasciando che a risolvere tutto siano due mail del misterioso “Staff di Beppe Grillo”. E nonostante tutto i consensi continuano a crescere.

La situazione é paradossale, ed allo stesso tempo emblematica del livello della politica italiana. Senza mai aver dimostrato nulla, senza aver nemmeno mai incontrato un avversario politico in un dibattito faccia a faccia, a giugno 2016 Di Maio risulta dai sondaggi il politico in cui gli italiani ripongono maggior fiducia. Sembra solo una questione di tempo prima della sua investitura ufficiale, e il trionfo della Raggi a Roma viene celebrato quasi come una festa anticipata: oggi il Campidoglio e nel 2017 Palazzo Chigi.

Stavolta peró commette il suo primo ma fondamentale errore, viene meno al mantra “chi non fa non sbaglia” che l’ha guidato sino ad allora e decide di far valere il suo ruolo di responsabile enti locali schierandosi al fianco di Virginia Raggi nella lotta di potere fra la sindaca e Roberta Lombardi sulle nomine in giunta. La Lombardi si dimette dal mini-direttorio capitolino, la Raggi fa le sue nomine, e Di Maio completa il suo momento di gloria convincendo una figura di spessore come il dirigente CONSOB Marcello Minenna, ad accettare il ruolo di assessore al bilancio.

E cosí quando a inizio settembre scatta la prima crisi, innescata dalle dimissioni del capo di gabinetto Raineri, e di Minenna che era stato il suo principale sponsor, Di Maio si trova per la prima volta sotto i riflettori dalla parte sbagliata. In rapida successione arrivano poi la vicenda dell’inchiesta a carico di Paola Muraro, e della mail che sarebbe stata spedita dalla Taverna a inizio agosto per informare proprio Di Maio. Lui va in confusione e inventa una scusa da scuola elementare “non avevo capito l’email”, peccato che i suoi nemici interni non aspettino altro e rendano pubblica l’email (invero abbastanza chiara), e come bonus anche dei messaggi che lo inchiodano alle sue responsabilitá.

Da statista maturo qual é, reagisce nascondendosi e cancellando all’ultimo la sua presenza alla prima puntata di Politics su Rai3. Tocca a Grillo, da bravo padre, convincere il figliol prodigo ad assumersi le sue responsabilitá. L’occasione perfetta é il comizio di chiusura del tour di Di Battista, in piazza a Nettuno. Luigi sale sul palco e  si cosparge il capo di cenere, ammette di aver commesso un errore sottovalutando la mail. Ma il momento di umiltá dura poco, gasato dagli applausi del suo pubblico non resiste e attacca i giornalisti chiedendo dove fossero questi ultimi quando c’era Mafia Capitale. Peccato per lui che l’odiato Espresso avesse denunciato Carminati&Co addirittura due anni prima dell’avvio dell’inchiesta della procura. Ma forse lui non aveva capito.

Non capisce nemmeno che sarebbe il caso di tacere per qualche settimana, e in due giorni inanella una serie di gaffes degne del miglior Silvio: prima scrive un post su Facebook in cui paragona Renzi a Pinochet, sostenendo che questo governasse in Venezuela, poi finalmente ospite a Politics fa rabbrividire i puristi della grammatica dichiarando “E alla sindaco Raggi la telefoneró“. A questo punto persino il fedele Fatto Quotidiano gli consiglia. di prendersi una vacanza. Ma lui continua.

Continua, e non saranno questi incidenti di percorso a fermarlo. Al momento non esiste nel Movimento alcuna alternativa a Luigi da Pomigliano. Di Battista é un leader di lotta e non di governo, la Appendino ha ancora tutto da dimostrare, la Raggi é compromessa, Fico, Sibilia e Carla Ruocco non son nemmeno da prendere in considerazione. L’unico all’altezza sarebbe Pizzarotti ma ha il difetto di pensare troppo con la sua testa.

E cosí ci terremo ancora Di Maio. Un leader decisionista, ignorante, che non sa  confrontarsi con il dissenso e che davanti a una domanda scomoda risponde cambiando argomento. Vi ricordano qualcosa questi difetti? Si, di solito i 5 stelle li attribuiscono a Matteo Renzi. Devono essere un requisito fondamentale per gli enfant prodige della politica 2.0.

Il caos di Roma spiegato ad Andrea Scanzi.

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Ciao ragazzi. Stamani ho ricevuto una telefonata da un mio vecchio amico, Andrea Scanzi: sì, quello che conosce Roger Waters dei Pink Floyd. Mi ha chiesto di spiegargli quel che è successo a Roma. Ne è nato questo dialogo.

Ciao, Dibba.

Ehilà, Andrew. Tutto bene?

Ma sì, dai. Sto ultimando il nuovo libro sulla cellulite della Boschi, ho scoperto una nuova cura per il cancro e già che c’ero ho infettato il Mac di Marco (Travaglio, NdA) con un virus creato da Civati. Tu?

Bene anch’io. Sempre in giro per l’Italia con il mio scooterone per portare il verbo di Beppe ai cittadini, mentre lui sta in Costa Smeralda. Sono stanco morto, ma felice. Dimmi tutto.

Volevo che mi spiegassi un po’ la vicenda di Roma. Ancora non ne hai scritto.

Ah, quella. Guarda, io ci provo, ma è una rottura di palle gigantesca. Se ne parla ininterrottamente da dieci giorni e il mio grattuggiamento di zebedei è davvero totale. Una roba che neanche gli interventi al senato di Vito Crimi.

Chi è Crimi?

Nessuno. Un tizio che dorme e quando si sveglia parla di piedi sporchi.

Ah. Ti sta stupendo la vicenda romana?

Per niente. Non mi stupisco dal 1848.

Ti capisco. Io dal 1492 con la scoperta dell’America.

Già. Prima delle elezioni avevo scritto che sindaci M5S erano principianti senza particolari capacità, che avrebbero governato sotto la costante minaccia di un contratto-capestro firmato con un misterioso Staff non eletto da nessuno, e che al primo avviso di garanzia sarebbero stati processati sommariamente su internet da migliaia di fanatici dell’integrità.

E infatti. Purtroppo io non sbaglio mai. Come te.

Io sbaglio molto meno di te.

Vero. Scusami, Andrew. I sondaggi danno il M5S a picco. Per alcuni ha perso un punto, per altri 4. I sondaggi sono irrilevanti. In realtà gli elettori si son bevuti la stronzata che sia stato tutto un complotto dei poteri forti, e continuano a sostenere ciecamente la Raggi nonostante tutto. Mi è bastato salire su un palco con Beppe a urlare “HONESTA’!1!” per salvare la situazione prima che degenerasse.

Che hanno combinato i 5 Stelle a Roma?

Una serie discreta di disastri, figli di lotte di potere e incapacità. Roba decisamente grave, ma se sbaglia la Raggi sono “errori di gioventù” mentre quando sbagliava Marino erano “azioni criminali” anche se si trattava di una multa per divieto di sosta.

Quindi sono innocenti?

Dipende cosa intendi per “innocenti”. Lo sono da un punto di vista penale (per ora), non lo sono da un punto di vista relativo alla sincerità. E la sincerità è importante. Specialmente se hai passato gli ultimi tre anni a rompere i coglioni a tutti chiedendo trasparenza totale.

I loro errori più gravi?

Beh, anzitutto quel fantomatico contratto che toglie ogni libertà di manovra alla Raggi. Poi l’alleanza elettorale sottobanco fatta con la destra alemanniana, che ha portato alla nomina di gente come Marra. Poi la Raggi e la Muraro che, come dilettanti, hanno tenuto nascosto per quasi due mesi un avviso di garanzia. Pazzesco: come pensavano di uscirne fuori? Speravano l’avviso di garanzia venisse ritirato senza che nessuno ne sapesse niente?

Poi?

Di Maio che dice di avere frainteso la mail! Già mezza Italia ti prende per il culo perchè non hai nemmeno una triennale in giurisprudenza, e tu ammetti candidamente che non sei in grado di capire un’email. E poi De Dominicis, scelto tramite lo studio Sammarco che è lo stesso di Previti, e mandato via dopo due giorni perché sotto inchiesta. E ancora: le faide tra Direttorio, Minidirettorio e Stocazzo. Errori da disonesti, arraffoni litigiosi e casinisti. Capisco che governare Roma sia difficile e che abbiano tutti contro, ma non gliel’ha mica ordinato il dottore di fare politica.

Grillo continua ad attaccare i giornalisti.

Grillo la butta sempre in caciara. Gli attacchi contro la stampa servono a convincere gli attivisti di avere tutti contro, così che poi si rifugino sulle notizie faziose e rassicuranti pubblicate dal Blog di Grillo, o dalle centinaia di pagine Facebook propagandistiche del movimento. O dal Fatto Quotidiano.

I grillini attaccano anche il Fatto.

Ma no! Ogni tanto il Fatto va un po contro il Movimento per fingere indipendenza, ma nella realtà poi siamo tutti sulla stessa barca. Hai letto la “lettera di scuse” della Raggi scritta da Travaglio? O quando hanno provato a confondere le acque mettendo in mezzo Sala con storie vecchie di mesi come quella dell’autocertificazione, o quella della revoca del segretario generale?  Al Fatto lo sanno, se perdono anche i lettori grillini è la volta che chiudono davvero.

Di Pizzarotti che mi dici?

Che è uno dei pochi sindaci 5 stelle ad aver tutto sommato governato bene, ma purtroppo per farlo si è dovuto sporcare le mani e scendere a compromessi. E così ha prestato il fianco all’attacco della Casaleggio Associati, che non avendo il pieno controllo su di lui ha preferito farlo fuori alla prima occasione utile e senza votazioni. E che il tweet #noleggiosalvagenti ha fatto rodere il culo a parecchia gente alla Casaleggio Associati.

Nei 5 Stelle non esiste democrazia interna.

Sai che scoperta. La democrazia interna nei 5 Stelle non esiste, non è mai esistita e mai esisterà. Il mantra dell’ “uno vale uno” è uno slogan di buona presa e nulla più. Come fa Sibilia a valere quanto Casaleggio che possiede il simbolo? Era ovvio, che non potesse esserci alcuna democrazia in un Movimento posseduto da un’azienda privata, senza statuto e che a sette anni dalla fondazione non ha ancora fatto un’assemblea degli iscritti. Forza Italia al confronto era un fulgido esempio di libertà.

Quindi?

Quindi ai 5 stelle della democrazia interna non frega niente: tanto gli attivisti sono contenti quando votano le leggi su Rousseau e non capiscono di esser presi per il culo. Son convinti che Renzi sia un dittatore perché non è stato eletto da nessuno! Ma da quando in qua il premier in Italia si elegge? Non siamo mica una repubblica presidenziale. Adesso fra un mese ci sarà la farsa dell’incontro nazionale “Italia 5 Stelle” a Palermo con ricchi premi e cotillon. La Raggi rimarrà a Roma e magari sul palco porteranno la Appendino a parlare di menu vegani nelle scuole e dei pomeriggi passati a raccogliere alghe sul Po.

Almeno la Appendino sta governando bene!

Dipende da cosa intendiamo per bene. E’ stata sicuramente brava all’inizio a fare delle mosse di grande effetto mediatico come il taglio del 30% agli stipendi di giunta e dirigenti, o la nomina del presidente arcigay come Assessore alle Famiglie. Ha approfittato del fatto di aver trovato una città con i conti in ordine e ben amministrata da Fassino. Poi però ha iniziato a dare chiari segni di dilettantismo con le teorie pseudo-scientifiche sulla nocivitá del  wi-fi,  e la gestione della vicenda sulle alghe del Po. Son passati solo due mesi, diamole tempo. Non tutti hanno il talento della Raggi nel fare casino.

Scusami, ho quasi finito. La Raggi dovrebbe dimettersi?

E per cosa? Perché dopo due mesi non ha ancora un capo di gabinetto e un’assessore al bilancio? Perché ha fatto dimettere in un sol colpo i dirigenti di ATAC e AMA, che l’hanno accusata di ingerenze indebite? Perché per salvare la faccia del Movimento sarà costretta da Grillo a dire no alle Olimpiadi, senza nemmeno chiedere ai cittadini come promesso? Se l’incompetenza fosse motivo di dimissioni, nel Movimento non rimarrebbe al suo posto quasi nessuno.

No, rimarrà al Campidoglio per qualche tempo ancora, sino a che Grillo non deciderà che è tempo di staccare la spina e toglierle il simbolo. E avanti il prossimo agnello sacrificale, sempre nel nome dell’onestà.

Capito tutto. Grazie, Dibba. Ci sentiamo.

Shine on, Andrew.