Se questo é un (futuro) presidente del consiglio.

L’ascesa di Luigi Di Maio é stata sorprendente anche per i ritmi forsennati della politica 2.0. Persino Renzi, l’altro enfant prodige della politica italiana, ha dovuto fare un periodo di apprendistato di oltre 10 anni fra comune e provincia di Firenze prima del doppio salto carpiato che l’ha portato a Palazzo Chigi.

Di Maio no. Di Maio é diventato il piú giovane vicepresidente della Camera di sempre a soli 26 anni, grazie una carriera politica che si puó riassumere in “ex-rappresentante studentesco (fuoricorso), dopo una fallimentare candidatura a Sindaco di Pomigliano, diventa deputato grazie a 186 voti nelle parlamentarie”. Visto il suo Curriculum (anche lavorativo) al momento dell’elezione, risulta difficile comprendere le ragioni di tanta fiducia nel ragazzo, specie da parte di un partito che in campagna elettorale ha fatto di meritocrazia e trasparenza le sue bandiere.

Ma la Casaleggio Associati aveva per lui piani ben piú ambiziosi: con quel viso pulito e i suoi modi pacati Di Maio era il candidato perfetto per incarnare l’anima istituzionale del movimento. A lui il compito di conquistare la fiducia di quell’elettorato di centro-destra rimasto orfano di Berlusconi, e che non si riconosce nella politica urlata di Salvini, Brunetta e della Meloni. A lui il compito di diventare il futuro candidato Premier.

E cosí Di Maio inizia a farsi conoscere al grande pubblico televisivo, saltando di talk show in talk show per spiegare con tono calmo ma deciso le proposte politiche del Movimento. Dopo le prime rovinose esperienze dei pentastellati sul piccolo schermo, l’apparente professionalitá di Di Maio é una boccata di ossigeno per le speranze degli attivisti. Lui recita diligentemente la sua parte, senza sbilanciarsi mai troppo per non scontentare nessuna delle anime del movimento, e stando sempre attento a sfuggire alle domande scomode con acrobazie dialettiche da politico navigato. Eccone un perfetto esempio tratto da un suo intervento a Di Martedí:

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La maschera di grande statista regge, anche perché nessun giornalista ha il coraggio di metterlo troppo in difficoltá per paura di perdere le ospitate “porta audience” dei grillini. E Di Maio ingrana la quarta: a febbraio 2014 é al fianco di Grillo nell’incontro con il neo-premier Matteo Renzi, a novembre 2014 entra a far parte del neonato “Direttorio 5 Stelle” assumendo il delicato incarico di referente nazionale degli enti locali.  A settembre 2015 arriva la benedizione di Beppe Grillo che scherzando (ma non troppo) lo  incorona futuro premier scatenando i malumori degli altri “pezzi grossi” del Movimento.

Il 12 aprile 2016 Casaleggio muore, ma Di Maio non si fa trovare impreparato: é l’unico del direttorio a incontrare in privato il figlio Davide, per discutere le future strategie del Movimento. E’ convinto ormai di essere diventato un politico di caratura internazionale, e inizia i suoi tour da premier in pectore: prima un viaggio a Londra in cui incontra Cameron, e si riscopre europeista, poi a luglio vola in Israele dove annuncia che il suo futuro governo riconoscerá la Palestina.

In realtá avrebbe diverse questioni interne da risolvere in qualitá di responsabile enti locali. Pizzarotti che inutilmente gli chiede un incontro per chiarire la sua posizione, o il caso Quarto con la Sindaca indagata per infiltrazioni camorristiche. Ma Di Maio non vuole problemi, e pilatescamente se ne lava le mani lasciando che a risolvere tutto siano due mail del misterioso “Staff di Beppe Grillo”. E nonostante tutto i consensi continuano a crescere.

La situazione é paradossale, ed allo stesso tempo emblematica del livello della politica italiana. Senza mai aver dimostrato nulla, senza aver nemmeno mai incontrato un avversario politico in un dibattito faccia a faccia, a giugno 2016 Di Maio risulta dai sondaggi il politico in cui gli italiani ripongono maggior fiducia. Sembra solo una questione di tempo prima della sua investitura ufficiale, e il trionfo della Raggi a Roma viene celebrato quasi come una festa anticipata: oggi il Campidoglio e nel 2017 Palazzo Chigi.

Stavolta peró commette il suo primo ma fondamentale errore, viene meno al mantra “chi non fa non sbaglia” che l’ha guidato sino ad allora e decide di far valere il suo ruolo di responsabile enti locali schierandosi al fianco di Virginia Raggi nella lotta di potere fra la sindaca e Roberta Lombardi sulle nomine in giunta. La Lombardi si dimette dal mini-direttorio capitolino, la Raggi fa le sue nomine, e Di Maio completa il suo momento di gloria convincendo una figura di spessore come il dirigente CONSOB Marcello Minenna, ad accettare il ruolo di assessore al bilancio.

E cosí quando a inizio settembre scatta la prima crisi, innescata dalle dimissioni del capo di gabinetto Raineri, e di Minenna che era stato il suo principale sponsor, Di Maio si trova per la prima volta sotto i riflettori dalla parte sbagliata. In rapida successione arrivano poi la vicenda dell’inchiesta a carico di Paola Muraro, e della mail che sarebbe stata spedita dalla Taverna a inizio agosto per informare proprio Di Maio. Lui va in confusione e inventa una scusa da scuola elementare “non avevo capito l’email”, peccato che i suoi nemici interni non aspettino altro e rendano pubblica l’email (invero abbastanza chiara), e come bonus anche dei messaggi che lo inchiodano alle sue responsabilitá.

Da statista maturo qual é, reagisce nascondendosi e cancellando all’ultimo la sua presenza alla prima puntata di Politics su Rai3. Tocca a Grillo, da bravo padre, convincere il figliol prodigo ad assumersi le sue responsabilitá. L’occasione perfetta é il comizio di chiusura del tour di Di Battista, in piazza a Nettuno. Luigi sale sul palco e  si cosparge il capo di cenere, ammette di aver commesso un errore sottovalutando la mail. Ma il momento di umiltá dura poco, gasato dagli applausi del suo pubblico non resiste e attacca i giornalisti chiedendo dove fossero questi ultimi quando c’era Mafia Capitale. Peccato per lui che l’odiato Espresso avesse denunciato Carminati&Co addirittura due anni prima dell’avvio dell’inchiesta della procura. Ma forse lui non aveva capito.

Non capisce nemmeno che sarebbe il caso di tacere per qualche settimana, e in due giorni inanella una serie di gaffes degne del miglior Silvio: prima scrive un post su Facebook in cui paragona Renzi a Pinochet, sostenendo che questo governasse in Venezuela, poi finalmente ospite a Politics fa rabbrividire i puristi della grammatica dichiarando “E alla sindaco Raggi la telefoneró“. A questo punto persino il fedele Fatto Quotidiano gli consiglia. di prendersi una vacanza. Ma lui continua.

Continua, e non saranno questi incidenti di percorso a fermarlo. Al momento non esiste nel Movimento alcuna alternativa a Luigi da Pomigliano. Di Battista é un leader di lotta e non di governo, la Appendino ha ancora tutto da dimostrare, la Raggi é compromessa, Fico, Sibilia e Carla Ruocco non son nemmeno da prendere in considerazione. L’unico all’altezza sarebbe Pizzarotti ma ha il difetto di pensare troppo con la sua testa.

E cosí ci terremo ancora Di Maio. Un leader decisionista, ignorante, che non sa  confrontarsi con il dissenso e che davanti a una domanda scomoda risponde cambiando argomento. Vi ricordano qualcosa questi difetti? Si, di solito i 5 stelle li attribuiscono a Matteo Renzi. Devono essere un requisito fondamentale per gli enfant prodige della politica 2.0.

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4 thoughts on “Se questo é un (futuro) presidente del consiglio.

  1. @Stoka Incredibile, un grullino che anziché ribattere sul contenuto guarda la pagliuzza nell’occhio degli altri. E il PD? E Renzie li sa i congiuntivi1!1!!?

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  2. Si avete ragione, ho commesso un refuso da matita rossa anch’io. Me ne scuso, correggo e cercheró di rileggere meglio la prossima volta. Mi aspettavo comunque qualche critica piú costruttiva sulla sostanza dell’articolo.

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